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Pietro Milazzo Blog
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La diagnosi in psicologia clinica |
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Scritto da Dr. Pietro Milazzo
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Giovedì 11 Giugno 2009 12:33 |
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La diagnosi rimane un momento imprescindibile dell'intervento psicologico e terapeutico. Attraverso la diagnosi è possibile comprendere quali problematiche attanagliano la persona che ci richiede un consulto. Se queste attengono a disturbi del comportamento o a distrubi che conivonglono l'organizzazione della personalità. Identificare il livello quantitativo della problematica, le modalità di funzionamento psicologico della persona in termini di risorse disponibili per superare le difficoltà. Le capacità e le modalità relazionali. Senza queste informazioni identificare il percorso o trattamento terapeutico più adeguato sarebbe molto difficile.
In questo senso l'Ordine degli Psicologi del Lazio ha fortemente voluto la pubblicazione di un "manuale di psicologia clinica" che possa essere di orientamento e supporto a tutti i professionisti che operano nel campo della psicologia e psicoterapia. In modo da poter avere delle linee guida e degli orientamente chiari e maggiormente definiti. Gli autori infatti, in collaborazione con altri autorevoli specialisti, ci mostrano la ricchezza, le conquiste e le complessità della diagnosi in psicologia, senza trascurare di indicare le sfide ancora da affrontare nel dialogo con le neuroscienze, la medicina, la psichiatria. Dalla lettura emerge come ci sia una matrice comune nella diagnosi psicologica nonostante i modelli teorici diversi. "Mi sembra degno di rilievo che a vent'anni dalla legge istitutiva della professione di psicologo, l'Ordine del Lazio abbia sentito l'esigenza di offrire ai propri iscritti uno strumento come questo. Si tratta di un segnale forte per consolidare la competenza degli psicologi, ma anche i loro legami e il senso di appartenenza ad una comunità scientifica." (Maria Lori Zaccaria, Presidente dell'Ordine degli Psicologi del Lazio)
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Ultimo aggiornamento Giovedì 11 Giugno 2009 12:49 |
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Malattie fisiche e disturbi depressivi |
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Scritto da Dr. Pietro Milazzo
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Giovedì 11 Giugno 2009 12:12 |
 Più volte sono stati documentati gli effetti negativi della depressione sul sistema immunitario, adesso una serie di studi chiarisce in modo definitivo che può accadere il contrario e cioè che un'attivazione del sistema immunitario (un'infiammazione cronica) può causare un'alterazione dell'umore in senso ansioso e depressivo. Si sa da tempo che persone con una malattia infiammatoria cronica, un'artrite reumatoide o un tumore per esempio, sono più spesso depresse. Sono depresse perché preoccupate per la loro condizione di salute: è la spiegazione tradizionale che può celare un rimprovero al paziente che "si lascia andare", che "non reagisce". Il corollario di questo teorema è che la depressione è un problema a latere, che non fa parte della malattia per cui la persona viene curata, a cui quindi il medico deve dare il peso (trascurabile) che ha e, al massimo, consigliare un buon psicologo, che, in questo quadro, è una figura di supporto, un infermiere dell'anima. Spesso invece accade che la depressione non è a latere, ma corollario della malattia in questo caso la malattia che crea un infiammazione cronica va incidere sulle aree del cervello che influiscono i cicli dell'umore. Fattori psichici e fisici possono avere i medesimi effetti perché psiche e sistemi biologici sono in stretta comunicazione reciproca. Per leggere l'articolo clicca quì Tavola: Ilia Rubini "Depressione" |
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Ultimo aggiornamento Giovedì 11 Giugno 2009 12:30 |
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Scritto da Dr. Pietro Milazzo
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Sabato 06 Giugno 2009 17:23 |
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"Ho notato che le persone in genere dicono ai loro figli la cosa giusta: non ti devi arrabbiare considera sempre il punto di vista degli altri, e così via. Ma la domanda è: noi facciamo quello che diciamo loro di fare?
Certe volte mi ritrovo a fornire a mia figlia proprio quel modello di comportamento che le raccomando di non adottare. In questi casi temo che assorbirà sopratutto quello che faccio e non quello che dico che dovrebbe fare, perchè il cervello dei bambini è estremamente efficace nel recepire i comportamenti delle altre persone attraverso l'imitazione."
Il ruolo dei genitori è molto difficile perchè comporta un delicato passaggio esistenziale dallo status di figlio allo status di genitore. Ciò comporta un "lutto evolutivo" che richiede una difficile elaborazione. Questo porta i genitori a ripescare nel proprio inconscio la rappresentazione emotiva e comportamentale dei propri modelli genitoriali: modelli operativi interni.
La nascita di un figlio riattiva in entrambi i genitori il rapporto con la propria infanzia e riporta alla luce antichi conflitti irrisolti con i propri genitori e messi da parte in età adulta. Questi conflitti di genitorialità portano i genitori a proiettare nei loro figli aspetti di sè da bambini - role giving. Oltre a questo i genitori possono assumere attitudini comportamentali del loro rapporto reale o desiderato con i propri genitori - role taking.
Spesso questa complessa meccanica di attribuzione ai propri figli di caratteristiche di personaggi o di aspetti di sè della propria infanzia, è carica di affettvità e di identificazioni positive. Ciò fa sì che il genitore riesca a tener di conto degli aspetti temperamentali e personologici del bambino senza forzarlo in un identità da lui voluta. In tal caso il genitore riesce a mettersi nei panni del proprio figlio senza contaminare il bambino con i propri ricordi e conflitti inconsci.
In altri casi, invece, questa attribuzione di ruolo è più costrittiva e rinchiude il bambino in un immagine di sè rigida e troppo condizionata dalla volontà cosciente o inconscia dei genitori, generando problematiche che possono sfociare in disturbi emotivi o comportamentali.
Fonte: Manuale di psicoterapia breve per i disturbi emozionali nei bambini di Filippo Muratori |
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Ultimo aggiornamento Sabato 18 Luglio 2009 18:53 |
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Pubertà sempre più in anticipo |
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Scritto da Dr. Pietro Milazzo
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Giovedì 21 Maggio 2009 14:39 |
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I bambini oggi crescono troppo in fretta. La pubertà, infatti, è sempre più in anticipo. I bambini e gli adolescenti oggi sono programmati e organizzati dalla famiglia, bombardati dai messaggi dei media, equipaggiati con cellulari e nuove tecnologie che permettono loro di infrangere regole e barriere.
Entrano così, troppo in fretta nel mondo degli adulti. Quest'ultimi continuano tuttavia, a pensarli ancora bambini. Presi dal lavoro e dagli impegni quotidiani.Risucchiati dai tempi frenetici dell'agenda giornaliera. Spesso soli a dover gestire troppe cose. Finiscono per non cogliere la complessità e la difficoltà di questa difficile fase di transizione. O ad essere inpreparati a saperla gestire. Per l'eggere l'articolo clicca quì |
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Ultimo aggiornamento Giovedì 21 Maggio 2009 14:57 |
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La paura non è poi così male combatte l'ansia del vivere |
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Scritto da Dr. Pietro Milazzo
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Mercoledì 20 Maggio 2009 08:15 |
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Dall'influenza suina ai film del terrore. In un libro il nostro bisogno di panico. In "Panicology" due statistici inglesi avvertono: "Meglio temere i rischi reali". La paura combatte l'ansia del vivere" Le reazioni di panico suscitate dall'influenza suina potrebbero essere spiegate con il fatto che l'epidemia ha distratto la nostra attenzione dai rovinosi effetti della crisi finanziaria mondiale? Oppure, semplicemente, è nella natura umana reagire in modo sproporzionato ai pericoli che non possiamo controllare?
"Il fatto è che ci piace essere spaventati", sostengono due statistici inglesi, Simon Briscoe e Hugh Aldersey-Williams, in Panicology, pubblicato quest'anno negli Stati Uniti. Lo testimonia l'enorme popolarità dei disaster movie e dei thriller. In particolare, i due studiosi prendono ad esempio il panico diffusosi nel 2005 e nel 2006 a causa dell'influenza aviaria. Alla fine, quel virus ha ucciso meno di 300 persone in tutto il mondo. Così pure, a causa dell'allarme suscitato dall'influenza suina, sono stati soppressi milioni di animali e sono andate perdute ingenti quantità di denaro. Paradossalmente, osservano gli autori, "la vita moderna ha fortemente ridotto molti dei rischi che l'umanità deve affrontare, e tuttavia è proprio la vita moderna che sembra generare gran parte delle nostre paure: l'immigrazione, l'invecchiamento, la perdita di identità culturale...". Secondo l'analisi dei due autori, "è come se dovessimo temere per forza qualcosa". La minaccia è dentro di noi non fuori nelle nostre paure interne nella difficoltà del vivere quotidiano. Per continuare a leggere clicca quì. Fonte: Repubblica Tavola: Ilia Rubini, "la paura" Libro: JANE E. BRODY "La paura non è poi così male" |
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Ultimo aggiornamento Mercoledì 20 Maggio 2009 08:26 |
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Alzheimer: continuare a lavorare è la cura più certa. |
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Scritto da Dr. Pietro Milazzo
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Mercoledì 20 Maggio 2009 08:06 |
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Ogni anno di lavoro in più, garantisce due mesi di prolungata salute mentale.Lavorare fino a tarda età, se possibile lavorare sempre: è la cura più garantita contro l’avanzamento del morbo di Alzheimer, più volgarmente detto Demenza Senile. In altre parole, chi si illude che smettere di lavorare presto faccia bene alla salute sbaglia.
Smetti, ti riposi ma perdi più velocemente le facoltà mentali: siamo prigionieri di un ingranaggio senza vie d’uscita. La correlazione tra lavoro e salute mentale è stata stabilita da una equipe di medici e scienziati inglesi, dell’Università di Cardiff e dell’istituto di psichiatria del King’s College di Londra che hanno esaminato la storia e l’evoluzione in vecchiaia di 382 uomini. Hanno anche trovato una formula quasi matematica: un anno di lavoro in più, due mesi di Alzheimer in meno. Per leggere l’articolo clicca qui. |
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l'esperienza aiuta a decidere |
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Scritto da Dr. Pietro Milazzo
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Martedì 19 Maggio 2009 17:55 |
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Imparare dalle esperienze passate modifica i circuiti cerebrali e ci permette di interpretare e categorizzare velocemente ciò che vediamo, e scegliere l'azione giusta a seconda del contesto. L'esperienza è una preziosa alleata nel farci prendere la decisione giusta quando ci troviamo di fronte a situazioni nuove, incerte, difficili da interpretare. Ora si sa qualcosa di più di come questo processo, ancora per molti aspetti oscuro, funzioni. Un gruppo di ricercatori guidato da Zoe Kourtzi, della Università di Birmingham, ha scoperto che imparare dalle esperienze passate non rappresenta solo un utile bagaglio, ma modifica effettivamente i circuiti cerebrali, in modo da permetterci di categorizzare gli stimoli che ci si trovano davanti e prendere la decisione appropriata, a seconda del contesto in cui ci troviamo. Per leggere l’articolo clicca qui. Fonte: Neuron |
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Pubblicazioni dell'Autore
Elenco Psicologi Italiani

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